In molte organizzazioni c’è un documento scritto con cura, citato nelle riunioni e nelle presentazioni ai partner. La policy DEI: spesso però resta un file che non penetra nelle relazioni e nell’esperienza aziendale. Il punto non è scriverla meglio ma trasformarla in pratica e in comportamenti per una cultura organizzativa fondata sulla diversità. Quando la DEI entra nei processi — l’onboarding, la riunione, la selezione — incide concretamente con effetti su benessere, turnover e produttività. È su questo che lavoriamo insieme, guardando alla natura come modello di funzionamento e all’organizzazione come sistema vivente. A partire da qui co-creiamo ambienti di lavoro dove la diversità diventa fondativa.

Da dove nascono i tuoi progetti DEI?

 

Ecco la domanda chiave. La tentazione è rispondere con un adempimento o con un bisogno reputazionale. La realtà è che la DEI è chiave, a più livelli. Il segnale più costoso della mancanza di inclusività è infatti il turnover.

Le persone che non sentono di poter portare al lavoro la propria diversità dopo aver resistito un pò, se ne vanno. E se le generazioni passate si limitavano a fare “il compitino”, Millennials e GenZ semplicemente lasciano per andare altrove.

Gli attriti quotidiani che rivelano l’importanza di lavorare sul piano DEI sono numerosi:

Persone nello stesso team che non si parlano o si capiscono poco – soprattutto nei team multigenerazionali, dove linguaggi e modi di stare al lavoro non si incontrano.

Persone che si sentono escluse e “si ritirano” – accade soprattutto con la neurodivergenza, ma non solo.Chi non sente di poter contribuire davvero, semplicemente si ritira in uno spazio di de-responsabilizzazione

Conflittualità che drena energie – tempo speso in tensioni irrisolte che via via consumano risorse emotive, cognitive, di tempo

Anti-appartenenza – il gap tra dichiarato e praticato produce distanza

Quando chi si sente ai margini torna nella condizione di contribuire, l’impresa non recupera solo una persona, produce una cultura più creativa e produttiva. È un’evoluzione che riguarda l’individuo e il sistema allo stesso tempo.

Dall’adattamento al sistema al sistema che si adatta

Per anni le organizzazioni hanno chiesto alle persone di adattarsi — di smussare le proprie differenze per stare dentro un sistema progettato per un profilo ideale. In realtà, ha senso il contrario.

 

Non sono le persone a doversi adattare a un modello di sistema, è il sistema che evolve adattandosi alla varietà delle persone – e così diventa più forte e più abile in scenari diversi. Il passaggio che proponiamo è di progettare per la diversità: quando lo facciamo non miglioriamo solo l’esperienza di qualcuno ma la situazione di tutti.

È il principio chiave dello Universal Design: disegnare i processi di lavoro a partire dalla varietà umana non come eccezione ma come principio fondante. Un’organizzazione che lavora così smette di gestire “eccezioni” e costruisce un modo di lavorare più efficace per tutte e tutti. In questa chiave ha senso l’acronimo DEI:

Diversity, la base fisiologica del sistema

La diversità non è qualcosa che importiamo, è una condizione fisiologica di ogni organizzazione. Come negli ecosistemi naturali, la biodiversità è la base stessa della vita. In ogni organizzazione le diversità sono già presenti, in forme concrete: generazioni che convivono con linguaggi e aspettative diversi; un divario di genere che limita l’accesso ai ruoli; origini culturali che restano poco integrate; disabilità e neurodivergenze spesso trattate come vincoli. Tutte queste diversità se non sono messe in dialogo diventano fonti di tensione.

Equity come principio e risultato

L’equità nell’ottica “design for all” è la capacità di progettare spazi e organizzazioni che offrono a tutte le persone le stesse opportunità di partecipazione e fioritura. L’equità è allo stesso tempo principio e risultato cui tendere.

Inclusion e oltre

Il concetto di inclusione, come spiega Fabrizio Acanfora, è espressione di una cultura che prima esclude e poi concede un rientro condizionato a una certa normalizzazione. In questa chiave lascia intatti i meccanismi di squilibrio e sposta sulle persone il peso di “normalizzarsi” – il carico partecipativo. Nel nostro lavoro ribaltiamo la prospettiva per costruire insieme organizzazioni più accessibili fin dall’inizio, progettate affinché le diversità possano convivere e dialogare by design.

Un ambiente di lavoro progettato per la diversità ha più repertorio e risorse per rispondere a un mondo mutevole — più letture, più ipotesi, più capacità di intercettare le informazioni.

Team building DEI – diversity, equity, inclusion

Molti interventi DEI tradizionali importano un modello, applicano una checklist di best practice, somministrano formazione. TARA fa altro.

Facciamo emergere le diversità che già ci sono in un sistema pur restando invisibili e scopriamo quali pregiudizi impliciti orientano i processi di lavoro e limitano l’accesso e la partecipazione delle persone – creando distacco, demotivazione fino alla scelta di lasciare.

Un modo concreto per vedere le diversità presenti è il team building DEI: esperienze, anche brevi – di un giorno o due – in cui il gruppo esplora le differenze interne generazionali, cognitive, culturali, di genere. Si tratta di un primo passo verso maggiore sicurezza psicologica: la variabile chiave del lavoro di squadra

Spiega Amy Edmondson — autrice di Organizzazioni senza paura — che proprio la sicurezza distingue i team che performano da quelli che non lo fanno. Lo conferma Google: nello studio Project Aristotle, condotto su oltre 180 team, la sicurezza psicologica è risultata il fattore numero uno delle squadre ad alte prestazioni. Curare la diversità e renderla esprimibile è esattamente ciò che la genera.

Cantiere DEI, la diversità entra nei processi

Dopo aver visto le diversità esistenti, è possibile avviare cantieri DEI: ovvero percorsi di co-design per riprogettare il modo di lavorare – l’onboarding, le riunioni, l’offboarding.

Il cantiere non è un’aula, ma un luogo dove si costruisce qualcosa di concreto insieme alle persone che poi ci lavoreranno. È qui che la DEI atterra come pratica — cioè come comportamenti, non come buoni propositi.

Strutturiamo gli interventi in fasi chiare, per generare cambiamento attraverso piccoli adattamenti continui — la logica con cui evolvono i sistemi viventi:

  • Attivazione e allineamento — con il leadership team definiamo obiettivi, priorità e impatto atteso, posizionando la DEI come leva strategica.
  • Esplorazione delle dinamiche reali — osserviamo come funzionano davvero selezione, valutazione, comunicazione e accesso alle opportunità, facendo emergere sia ciò che frena (bias, prassi consolidate) sia le positive deviance che già funzionano meglio.
  • Cantieri di co-design — team rappresentativi progettano pratiche concrete su recruiting, onboarding e collaborazione, traducendo i valori in scelte operative.
  • Prototipazione e test — sperimentiamo le soluzioni in contesti reali, riducendo il rischio di boicottaggio e facendo emergere le tensioni prima che diventino ostacoli reali.
  • Consolidamento e diffusione — integriamo le pratiche nei processi e sviluppiamo competenze interne, perché il cambiamento metta radici e si propaghi da solo.

I risultati: quando i progetti Diversity, Equity e Inclusion lasciano il segno

Le organizzazioni che smettono di trattare la DEI come compliance e la usano per ciò che è davvero — una leva di sviluppo organico, che cresce dall’interno e migliora il lavoro di tutte e tutti – osservano

maggiore engagement e senso di appartenenza

riduzione di attriti e conflitti irrisolti

superamento delle dinamiche di esclusione implicite e  consapevolezza

decisioni più solide grazie a una pluralità di punti di vista integrata

maggiore coerenza tra valori dichiarati e comportamenti 

più motivazione

Cosa possiamo fare insieme

Teambuilding DEI e cantieri DEI sono delle possibilità. Il primo passo è parlarci: insieme capiamo quale è il nodo che scotta e come affrontarlo insieme.

Se vuoi saperne di più e capire come integrare questo percorso nel tuo lavoro, scrivici. Oppure chiama Federica – 3287373391

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