Il mito delle organizzazioni: un viaggio dell’eroe che ispira e unisce

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“Il mito è un ingrediente vitale della civiltà umana, non una favola inutile ma forza attiva costruita nel tempo” 

cit. Bronisław Malinowski.

L’incontro con i nostri miti

Gli appassionati di Guerre Stellari lo sanno: il viaggio dell’eroe è fonte di ispirazione e di molteplici emozioni. Ecco, infatti, il senso del mito capace di andare ben oltre le definizioni pur significative restituite dai dizionari. 

Così, se per Treccani mito è una narrazione tramandata con valore simbolico e un racconto a fondamento di un sistema sociale, per ciascuno di noi è qualcosa di più: fa parte della nostra esperienza, permea la vita di ogni giorno, fa compagnia ai nostri intimi desideri. Il mito lo abbiamo incontrato tante volte, a partire dall’infanzia. 

Ognuno di noi ha infatti un eroe personale: una persona con straordinarie capacità in grado di indicarci la via e di generare con le proprie competenze un impatto sul mondo. 

Durante CoDesign l’indagine sul proprio mito ha permesso una immersione nelle esperienze individuali, nell’infanzia e nell’adolescenza, e l’emersione di figure profondamente diverse: nonni, genitori, poeti, inventori. Tutti  eroi con qualcosa in comune: ci dicono chi potremmo diventare e come potremmo cambiare il mondo. 

È questa in ogni cultura e in ogni tempo la funzione dell’eroe: ci aiuta a entrare in connessione con i desideri profondi, ispira la nostra visione di futuro, ci racconta una possibilità. Ecco cosa è il mito: il racconto di una trasformazione possibile

Il mito è un invito al viaggio

Attenzione, però. Il viaggio dell’eroe non è solitario.  Secondo Joseph Campbell, tra i più grandi studiosi del mito, il potere del viaggio dell’eroe non è solo mostrare una trasformazione e il suo compimento, ma piuttosto invitare a compiere lo stesso viaggio trasformativo. Cosa accade, allora, quando le organizzazioni si connettono con il proprio mito? Come cambiano? 

L’ esplorazione durante CoDesign ha fatto emergere la ricchezza dell’impatto del mito sulle organizzazioni!

Così, per le organizzazioni connettersi con il proprio mito e restituirlo significa rinunciare a una comunicazione autoreferenziale e raccontare come sarà il futuro generato dalla propria azione attribuendo un ruolo alla community. L’organizzazione connessa al proprio mito può rivolgere un autentico invito al viaggio, chiamando le persone ad essere parte di una comunità che condivide una prospettiva futura

Invenzione o scoperta?

Il mito, però, non semplicemente s’inventa. Il mito si scopre

Se nella vita di una persona è più facile incontrare l’eroe nell’infanzia o nei grandi momenti di formazione e cambiamento, come l’adolescenza, nella vita di un’impresa il viaggio dell’eroe comincia già all’origine della sua storia. 

È all’inizio di una impresa che sono evidenti il perché della sua esistenza, il proposito di chi la fonda, la prospettiva immaginata. 

Il capitale narrativo di una organizzazione, ossia la sua capacità di generare significati, è vivo e attivo alle origini, nelle intenzioni. Prendendo spunto dalle posizioni dell’economista Luigino Bruni, autore di “Capitale narrativo”, e parafrasando un supereroe, Spiderman, a un grande capitale narrativo corrisponde una grande capacità di generare comunità. Così avviene il prezioso passaggio da una comunicazione orientata a “parlare a”, ad una capace di “parlare con” le persone. 

Insomma, il mito è il fondamento di ogni attività di storytelling, l’insieme delle tecniche per raccontare storie significative e ingaggianti. 

Non si tratta di restituire in modo esplicito il mito o una unica, ripetuta, storia, ma piuttosto storie diverse e connesse nel profondo allo spirito di uno stesso processo di trasformazione

Un’organizzazione, proprio come una persona, non può non raccontare storie! Jonathan Gottschall, docente universitario e autore di “L’istinto di narrare”,  spiega che proprio la capacità di raccontare è la caratteristica distintiva dell’uomo, tanto da poter definire gli esseri umani storytelling animal: non solo impariamo dalle storie e rendiamo comprensibile la realtà attraverso le storie, ma sentiamo tramite le storie e ci alleniamo a provare emozioni, sentendole nel profondo anche senza doverle trarre da una esperienza vissuta nel quotidiano. 

Durante CoDesign ce lo siamo chiesto: nel rumore incessante di tante storie narrate, ce n’è qualcuna che ricordiamo di più?

Il tessuto del mito

Ma attenzione! Non ogni storia è in grado di evocare il mito profondo. Il mito, infatti, è come un tessuto. Ha una trama orizzontale e una verticale. 

La trama orizzontale è il contenuto oggettivo e risponde a domande come: chi sono e cosa faccio? 

La trama verticale scende in profondità dentro le persone e le organizzazioni cercando di affrontare questioni come: cosa mi rende unico e perché gli altri dovrebbero credere nel mio sogno e provare a realizzarlo con me? 

La trama orizzontale non basta a esplorare il mito e a ingaggiare le comunità: è con la risposta alle seconde domande che il viaggio dell’eroe comincia e che gli stakeholder si sentono chiamati alla condivisione. 

Attenzione al capitale reputazionale

Attenzione! E se lo storytelling non è coerente e alle storie narrate non corrispondono comportamenti e pratiche organizzative? 

Un esempio: il greenwashing, ovvero la strategia per cui un marchio abbraccia un racconto orientato alla sostenibilità e alla circolarità ma poi non accompagna la comunicazione con iniziative adeguate. 

Una pratica diffusa, tanto che secondo l’indagine tematica annuale della Commissione Europea il fenomeno è in crescita e nel 42% dei siti web analizzati le affermazioni di natura ecologica si possono configurare come false o ingannevoli. Ma il fenomeno è antico tanto che Christian Salmon, autore di “Storytelling, la fabbrica delle storie”, ha scritto: “A partire dagli anni Novante del Novecento negli USA come in Europa la capacità narrativa è stata trasformata dai meccanismi dell’industria dei media in arma di persuasione”. 

Anche se mentire è possibile , però, nel lungo termine non conviene perché comporta un rischio rilevante per il proprio capitale reputazionale. 

Il capitale reputazionale è la misura del valore della reputazione di una azienda e può essere accumulato e scambiato per fiducia e riconoscimento sociale. 

Secondo l’Università di Oxford il valore del capitale reputazionale è fondamentale tanto che presso l’ateneo è stato istituito il Center for Corporate Reputation: la crescente aspettativa dell’opinione pubblica e la capacità più capillare dei gruppi di attivisti renderebbero il tema della reputazione sempre più economicamente rilevante. 

Lo storytelling, quindi, per funzionare nel tempo deve proteggere il capitale reputazionale e deve fondarsi su un atto di responsabilità e di onestà. 

Lo storytelling, insomma, fa bene. Alle organizzazioni e alle persone. Lo scriveva già Gianni Rodari secondo cui la fiaba è uno strumento di profonda libertà: “è pronta a immaginare il futuro che altri vorrebbero semplicemente farci subire”. 

Letture consigliate:

Il capitale narrativo – Luigino Bruni

https://www.cittanuova.it/libri/9788831175388/il-capitale-narrativo/

Le distese interiori del cosmo – Joseph Campbell 

https://www.edizioninottetempo.it/it/le-distese-interiori-del-cosmo

L’eroe dai mille volti – Joseph Campbell

https://www.lindau.it/Libri/L-eroe-dai-mille-volti

L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani  – Jonathan Gottschall

https://www.bollatiboringhieri.it/libri/jonathan-gottschall-listinto-di-narrare-9788833929712/

Storytelling. La fabbrica delle storie – Christian Salmon

https://fazieditore.it/catalogo-libri/storytelling/

 

Federica Colonna

Responsabile comunicazione e strategie narrative TARA

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