Il coraggio del vuoto, il potere delle domande, l'impatto della facilitazione: Federica Tonolli racconta un'esperienza di trasformazione

Quando Ilaria mi ha proposto di condividere la mia storia di trasformazione, ho accettato con grande piacere perché credo sia fondamentale diffondere esempi, esperimenti e progetti che abbiano a che fare con il cambiamento: le storie che raccontiamo e ci raccontiamo sono condizionanti.

Mi chiamo Federica Tonolli, sono un’entusiasta facilitatrice in cammino con tante domande e, finalmente, poche risposte. Ho incontrato personalmente il cambiamento poco più di due anni fa e da allora sono in esplorazione di me stessa e del mondo.

Federica Tonolli

Non è facile mettere nero su bianco un processo tanto complesso e che è ancora in atto, quindi ho scelto di condividere qualche riflessione e, soprattutto, cosa ho imparato e sto imparando in questo viaggio.

Pensando al mio percorso di vita potrei dire che ho cercato di ballare per anni al ritmo di una musica che non avevo scelto io, ma che non era poi così male. Di fatto, però, non ero consapevole né che ci fosse una musica, né che avessi la possibilità di metterla in pausa, cambiarla o spegnerla, almeno per un po’. Credevo di avere la maggior parte delle risposte su cosa volevo fare e come volevo vivere ma ad un certo punto mi sono accorta che non mi ero mai realmente posta le domande.

Grazie ad una serie di eventi, mi sono ritrovata non solo ad accorgermi della musica, ma a scegliere di spegnerla e fermarmi. Cosa è successo? Sono rimasta circondata dal silenzio. Ho creato un vuoto che mi ha costretta ad ascoltarmi e, finalmente, sono arrivate le domande, quelle generative. Mi sono presa una pausa dal lavoro perché sentivo di non essere nel posto giusto e ho dedicato il mio tempo a capire e a curare quello che mi faceva stare bene, prima di tutto apprendere. E’ stata dura portare avanti la mia scelta in un mondo in cui, se non fai qualcosa (di “misurabile”), non sei qualcuno. Mi sono accorta di quanto sia difficile “stare nel vuoto” invece di rifuggirlo o riempirlo di cose più o meno casuali. Riprendendo le parole di un libro a me molto caro, ho sperimentato che “ci vuole una fatica cane a seminare, attendere, sperare che tutto vada a finire bene quando inattesa cade la neve” (Alla fonte delle parole, A. Marcolongo). Ma è stato proprio grazie a quel vuoto che ho scoperto e ritrovato le cose che mi appassionano e alle quali mi voglio dedicare.

Tra le altre scoperte, la facilitazione è stata la più sorprendente. Pur essendomi sempre fatta guidare dai miei valori sia per il percorso di studi che per le scelte lavorative, non avevo ancora trovato il modo di esprimere al meglio il contributo concreto che voglio portare nel mondo. Per me la facilitazione è uno strumento di trasformazione sociale, un approccio che mette al centro le persone e promuove un modo diverso di relazionarsi e collaborare. Attraverso questa nuova lente ho dato un senso profondo a tutte le esperienze che ho fatto e che mi hanno portata dove sono ora. Facilitare significa imparare a conoscere se stessə, il modo in cui si interagisce con gli altrə e con il mondo. E’ un processo di apprendimento e crescita continuo che accoglie il cambiamento e ciò che emerge con esso come parte integrante del processo stesso. Per questo il mio incontro decisivo con la facilitazione è avvenuto ora: prima non ero pronta al cambiamento e a mettermi realmente in gioco.

Mi rendo conto che, due anni fa, non avrei accettato di scrivere questo articolo e anche oggi, per farlo, devo uscire dalla mia zona di comfort. Mi sto abituando ad espormi, a sperimentare e a mettermi in gioco nonostante la paura di sbagliare. E riesco a farlo anche perché, invece di focalizzarmi sui possibili errori o giudizi, ho iniziato a chiedermi: cosa posso imparare da questa esperienza? E’ una delle domande generative che mi accompagnano nella mia trasformazione e che credo dovrebbe essere alla base di ogni contesto (magari scritta sul muro dell’ufficio, appesa alla porta di casa o stampata sulla prima pagina dei libri di scuola!).

Condivido infine con voi alcune delle cose che ho imparato, tutte riconducibili a dei bisogni umani che ci accomunano ma che spesso non riconosciamo, nascondiamo, e sottovalutiamo. Sono convinta che la trasformazione possa avvenire solo se troviamo il modo e creiamo lo spazio, individuale e collettivo, per esprimerli.

Ho imparato a chiedere aiuto e ad aprirmi a nuovi linguaggi per imparare ad esprimermi; ho imparato che posso permettermi di essere vulnerabile e non posso sapere tutto: le domande sono molto più potenti delle risposte; ho imparato che il vuoto, se lo si vive, è foriero di opportunità e rivelazioni ma ci vuole pazienza e un po’ di coraggio nell’affrontarlo; ho imparato che il valore è dato da chi sei, non da cosa fai e da quanto produci di “misurabile”; ho imparato che le emozioni sono un potente strumento conoscitivo di sé e di chi ci circonda ed è fondamentale conoscerle, riconoscerle e viverle; ho infine imparato che la diversità è prima di tutto dentro di noi e forse dobbiamo partire da lì a fare pratica di inclusione, accoglienza e valorizzazione.

Buon viaggio di scoperta!

Federica Tonolli

Formatrice

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *